
E’ possibile dividere l’apiterapia in due distinte sezioni: l’apiterapia esterna e l’apiterapia interna.
La prima si basa sull’impiego esterno di miele e zucchero per trattare ustioni e feriti.
Queste sono tecniche estremamente antiche, le cui prime testimonianze risalgono al 1700 a. C., con il Papiro Edwyn Smith. Sorta di manuale di medicina per specialisti, il Papiro descrive la preparazione e l’utilizzo di impacchi di miele e zucchero per curare tagli e lacerazioni della cute.
Prodotti simili sono presenti in diverse culture, dai Pellerossa d’America agli antichi Romani ai popoli del Medio Oriente al guerrieri delle tribù africane. Con l’avvento della medicina moderna e dei farmaci artificiali, l’apiterapia cade nel dimenticatoio, venendo usata solo in situazioni d’emergenza.
La “rinascita” dell’apiterapia avviene negli Anni 60 quando diversi medici mettono alla prova ferite, lesioni ed ulcere con composti a base di miele. I risultati positivi portano ad una nuova fase di sperimentazione: risultato, oggi l’apiterapia esterna è una delle branche di medicina alternativa più accettate dalla scienza ufficiale. E’ infatti ormai accertato come alcuni tipi di miele posseggano proprietà antibatteriche e favoriscano la rigenerazione dei tessuti, senza causare intolleranza o farmaco-resistenza dei patogeni.
Infine, l’apiterapia interna, basata sull’inoculazione del veleno d’api. Anche in questo caso si tratta di una pratica antica, riscoperta nella modernità dopo un periodo di disinteresse.
Secondo i chimici, il veleno di api agisce da antiinfiammatorio, eliminando i prodotti dannosi e stimolando il metabolismo. Per questo, il veleno di api è inserito in diverse sperimentazioni: dalle malattie reumatiche (come artrosi ed artrite reumatoide), alla sclerosi multipla. I primi risultati sono incoraggianti, ma gli esperti mettono in guardia dalle possibili controindicazioni: il veleno può provocare effetti negativi e danni psicologici, in qui soggetti in cui la paura delle api è particolarmente forte.
















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