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I tibetani non hanno paura della morte. Essi credono che la morte non ponga fine a una vita, ma indichi la rinascita.
Infatti i familiari e i parenti del defunto non si addolorano e affrontano la morte con tranquillità .
Hai già visto l’usanza funeraria dello Jhator o Sky Burial e in questo articolo voglio parlarti di altri riti funebri tra i tanti presenti in Tibet.
La sepoltura stupa è in assoluto il rito funebre più nobile e di primissimo ordine in Tibet.
Gli stupa sono monumenti buddisti sacri, simili a torri, costruiti per contenere le reliquie o i resti di individui particolarmente sacri. Gli stupa tibetani sono riservati a persone del calibro del Dalai Lama, delle reincarnazioni del Buddha e di pochissimi nobili.
In questa modalità di sepoltura il corpo viene pulito con una sorta di pozione contenente vari profumi per imbalsamarlo.
In seguito il corpo deve essere disidratato e ciò si può ottenere nei seguenti tre modi:
- viene seppellito con della sabbia asciutta, che assorbirà tutta l’acqua corporea in circa tre anni
- viene riscaldato in una stanza con una stufa sotterranea, il cui pavimento è coperto con uno spesso strato di polveri specifiche ad alto assorbimento
- viene cosparso interamente di sali che assorbiranno tutti i liquidi
Addirittura se viene utilizzata quest’ultima modalità di disidratazione, i grumi di sale, una volta rimossi dal corpo, vengono considerati come reliquie da parte del popolo tibetano e si dice che siano in grado di curare ed espellere dal corpo tutti i mali. Alcuni monasteri li offrono ai loro ospiti d’onore come regalo.
Una volta che il cadavere imbalsamato è disidratato, viene avvolto con seta, con rare erbe medicinali e con spezie come ad esempio lo zafferano.
Dopo vengono sparse su tutto il corpo delle pagliuzze d’oro e, infine, il cadavere viene vestito con una tunica e spostato nello stupa per la conservazione a lungo termine.
Da questo momento lo stupa diverrà un luogo di culto e moltissima gente lo visiterà e pregherà al suo interno o in sua prossimità .
Lo stupa può essere elaborato o semplice. Esso può essere costruito in oro, argento, bronzo, legno o argilla. Il tipo di stupa è costruito in base al rango del defunto.
In genere, gli stupa d’oro (addirittura anche rivestiti con lastre di oro massiccio e decorati con pietre preziose) sono per il Dalai Lama e gli alti Lama, mentre quelli d’argento sono per i monaci più importanti e per i nobili. A seguire, man mano che si scende nella gerarchia, vengono usati stupe di bronzo, legno o argilla.
Senza nessun dubbio la sepoltura stupa, sia nelle modalità che nella tipologia di individui che ne possono beneficiare, è diametralmente opposta al rito funebre della sepoltura terra, il meno nobile e quello più utilizzato per le persone “peggiori” della società tibetana.
Un altro rito funebre utilizzato in Tibet è la sepoltura roccia che viene praticata solamente nel Tibet meridionale. Questo rito prevede che il cadavere venga imbalsamato dai monaci con una sorta di burro e trattato con sali e con profumi per essere posto in una bara di legno.
Se la famiglia è povera e non si può permettere una bara allora il cadavere viene semplicemente legato con delle corde cercando di piegarlo “a palla” per diminuirne lo spazio occupato.
Successivamente i monaci dedicati al trasporto del corpo lo posizionano in una apertura, che può essere naturale o provocata dall’uomo, o in una caverna sulla scogliera naturale insieme ad altri resti di cadaveri già presenti. Ovviamente i luoghi preposti sono sufficientemente lontani da insediamenti umani.
L’elevazione della caverna varia notevolmente a seconda dello stato sociale del defunto e di solito varia dai 50 ai 500 metri dal suolo: più è alto lo stato sociale è più in alto si viene seppelliti poiché si è più vicini al cielo. Di conseguenza, secondo lo stile tibetano, è diversa anche la solennità e la complessità della cerimonia.
Concludo presentandoti anche il rito funebre detto sepoltura albero che è quella dedicata ai bambini, fino ai 13 anni circa, ed ai feti ed è diffuso soprattutto nel sud-est del Tibet.
Il corpo del bambino o del feto viene pulito con una soluzione salina e poi adagiato in posizione fetale in una cassa di legno intarsiata, in un cesto di bambù, in un fagotto di tela o semplicemente in una sorta di busta di plastica, questo in base alla possibilità economica della famiglia.
In seguito viene portato da un Lama in una zona boschiva rivolta a nord sulla montagna e appeso ad un grosso albero in modo che possa essere dimenticato dalla famiglia e dagli altri bambini. Per dimenticato intendo dire che la famiglia non può partecipare al funerale e quindi non saprà mai quale cesta o cassa contenga il proprio bambino.
L’immagine generale è di una foresta ricca di alberi pieni, quasi addobbati, di casse di legno e cesti. La maggior parte si troveranno tra i rami ma alcuni è possibile trovarli anche appesi intorno al tronco dell’albero. Per rimanere coerenti alla tradizione buddista, le femmine sono comunemente appese nella parte inferiore dell’albero e i maschi nella parte superiore.
Vista la varietà di materiali, capita spesso che alcune “bare” si disintegrino e i resti cadano al suolo nella foresta, in quel caso vanno lasciati lì senza essere toccati.
Si tratta di una sepoltura pura e che quindi permette la reincarnazione dell’anima, infatti, agli occhi del popolo tibetano il bambino è un essere serafico e quindi come è venuto al mondo in maniera pura così tramite la sepoltura albero se ne va nella stessa maniera.
Inoltre la sua anima proteggerà la famiglia da una disgrazia oppure impedirà la morte di un altro bambino.
E’ interessante il rispetto per il defunto nelle varie usanze funerarie viste prima, dove spesso viene pulito e curato nonostante in Tibet il corpo sia considerato un involucro vuoto…
Tu che ne pensi?
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Che la natività abbia origini romane e pagane non vuol dire che è da allora che viene rappresentata come la conosciamo e come la realizziamo nella nostra epoca ogni Natale.
In definitiva le prime natività che vanno dal 1300 alla fine del 1400 non erano altro che delle grandi figure in marmo, legno o terracotta, collocate stabilmente in una cappella ed esposte in maniera permanente tutto l’anno. L’unica evoluzione verso la fine di questo periodo è stata quella di sistemare le statue davanti a una pittura riproducente un paesaggio come sfondo alla scena della natività , ma di tali scenografie nulla è rimasto.
Un ulteriore evoluzione si ha verso la fine del 1600, inizio 1700, quando l’artista napoletano Michele Perrone, spinto dalla necessità di soddisfare la sempre maggiore richiesta, ideò un manichino di altezza inferiore (circa 40 centimetri) a quelli a snodo, con l’anima in filo di ferro dolce e ricoperto di stoppa e per il quale erano scolpiti in legno soltanto gli arti e la testa (spesso con gli occhi di cristallo) permettendo ogni tipo di postura.

















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